di Tullia Conte
La danza tradizionale è molto più di una sequenza di movimenti coreografati: esprime l’identità ed i valori delle comunità che la praticano. Insegnare queste danze tramite il conteggio dei passi rischia di omogeneizzare movimenti trasformando i danzatori in meri esecutori, privi della loro individualità.
È qui che sorge la necessità di una pedagogia specifica, fondata sulla storia dei patrimoni che si intende trasmettere.
Cultura incarnata
Nella cultura greca, un solo termine, “χορός” (chorós), indicava la danza e il canto corale eseguito durante le celebrazioni religiose, le feste pubbliche e le performance teatrali. Alcune danze tradizionali del sud Italia, come la celeberrima Tammurriata, sono ancora agite secondo questo principio, un momento di comunione che coinvolge non soltanto gli spiriti degli antenati e la divinità, ma celebra l’armonia tra chi suona e chi balla, tramite l’ascolto reciproco. Le partiture musicali, basate su delle struttre fisse, sono modulabili a seconda delle esigenze espressive. Ogni esecuzione è un’interpretazione unica, plasmata dall’esperienza personale (e correlata finanche al meteo!). Se nella testa del danzatore/danzatrice circolassero dei numeri (uno-due-tre-quattro) e la preoccupazione di “ballare bene”, la connessione non si verificherebbe.

Preservare l’essenza: una pedagogia olistica
Il conteggio dei passi si sviluppa con il balletto classico e il metodo di insegnamento codificato da maestri come Pierre Beauchamp e altri nel XVII secolo: il sistema delle “cinque posizioni” e altri principi tecnici sono specifici per il il balletto, che necessita di rigore.
Applicare questo metodo, o altri desunti dalla danza contemporanea, allo studio della danza tradizionale da luogo ad una sovrapposizione che non rende giustizia a nessuna delle pratiche coinvolte e rischia di rendere approssimativa la conoscenza dei patrimoni che sostengono le danze di comunità. Dall’approccio moderno e contemporaneo, è importante trarre spunto per quanto riguarda la conoscenza del corpo. Imitarne i metodi, nella convinzione di conferire alle danze tradizionali qualcosa che manca loro, non rende giustizia alle tradizioni, che in quanto tali testimoniano la loro completezza nel tempo; quindi, anziché cercare di modificarle, è cruciale comprenderle e rispettare la loro integrità originaria.
Attraverso una comprensione profonda del significato simbolico e rituale della danza, possiamo onorare le sue radici. Questo impegno richiede dedizione sia da parte di coloro che insegnano che di coloro che desiderano imparare. Come il sacrificio dei pellegrini mentre si dirigono verso il santuario, non si tratta di consumare il corpo per dimostrare qualcosa (immaginate il devoto che chiede applausi una volta raggiunta la cima?), ma di un atto puro e integro.
Per preservare l’essenza della danza, è cruciale adottare un approccio olistico, integrando la storia, la cultura ed il significato spirituale. Questo incoraggia la creatività e l’autenticità dei danzatori: il cerchio, lo spazio « protetto » dove avviene la pratica, è luogo di espressione e di gratitudine, non un palcoscenico in cui pochi possono brillare mentre gli altri osservano passivamente. La danza appartiene a tutte e tutti.
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